L’odio non cambia natura a seconda di chi lo pronuncia. La strada è di tutti

Insulti, minacce e violenza contro gli automobilisti sono inaccettabili quanto quelli rivolti ai ciclisti. Ma questo non significa negare la particolare vulnerabilità di chi pedala. Una riflessione sul senso di “Difendiamo la strada di tutti”.

di AVV. TOMMASO ROSSI (Comitato Scientifico Fondazione Scarponi)

Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto una lunga e articolata mail da parte di un automobilista che ci ha posto una questione che merita di essere affrontata apertamente.

In sostanza, la domanda è questa: come può una Fondazione che combatte l’odio contro i ciclisti tollerare che, nei propri spazi social o in quelli dedicati alla mobilità ciclistica, compaiano insulti, minacce o espressioni di odio nei confronti degli automobilisti?

È una domanda legittima.

E la risposta, almeno sul principio, è molto semplice: non può e non deve farlo.

Un insulto rimane un insulto. Una minaccia rimane una minaccia. Augurare a qualcuno di morire o di rimanere ferito è inaccettabile, indipendentemente dal fatto che la persona che lo scrive si muova in automobile, in bicicletta, in moto o a piedi.

Chi propone di rompere uno specchietto, danneggiare un’automobile o un cristallo; chi gioisce per un motociclista ferito; chi auspica che un automobilista muoia nella propria “scatoletta” non interpreta la cultura della Fondazione Michele Scarponi.

E non parla a nome nostro.

I commenti degli utenti non sono la voce della Fondazione

Occorre però fare una distinzione importante.

Gli spazi social sono frequentati da migliaia di persone. La Fondazione risponde delle proprie campagne, dei propri contenuti e delle proprie prese di posizione. Non ogni commento pubblicato sotto un post può essere automaticamente attribuito alla Fondazione o considerato rappresentativo del suo pensiero.

Questo non significa sottrarsi alla responsabilità di moderare.

Quando un commento supera il confine della critica, anche aspra, per trasformarsi in minaccia, istigazione alla violenza, augurio di morte o aggressione personale, segnalarlo è giusto e intervenire è necessario.

Anche quando quel commento proviene da una persona che pensa di stare “dalla parte dei ciclisti”.

Perché il rispetto non può funzionare a senso unico.

“Difendiamo la strada di tutti” non è uno slogan

Il progetto della Fondazione Michele Scarponi si chiama “Difendiamo la strada di tutti”.

Quelle parole sono state scelte deliberatamente.

La nostra non è una battaglia dei ciclisti contro gli automobilisti. Sarebbe persino paradossale: quasi tutti noi siamo, a seconda del momento della giornata, automobilisti, pedoni, ciclisti o utenti di altri mezzi.

Il problema non è chi sei.

Il problema è come ti comporti sulla strada e come consideri la vita degli altri.

Combattiamo quindi una cultura nella quale la prepotenza, l’aggressività e la violenza stradale vengono considerate normali o inevitabili.

E combattiamo anche il linguaggio che contribuisce a renderle accettabili.

Ma non tutto può essere ridotto a una perfetta equivalenza

C’è però un altro passaggio che deve essere affrontato con altrettanta chiarezza.

Rifiutare l’odio contro gli automobilisti non significa sostenere che ogni fenomeno sia perfettamente simmetrico.

Quando qualcuno scrive che un ciclista dovrebbe essere “messo sotto”, “schiacciato”, investito o fatto cadere perché procede sulla carreggiata; quando un investimento viene rappresentato quasi come la meritata punizione per un comportamento ritenuto scorretto; quando la morte o il ferimento di un ciclista diventano motivo di scherno, esiste un elemento ulteriore che non possiamo ignorare.

Esiste una vulnerabilità fisica oggettiva.

Fra una persona su una bicicletta e una persona all’interno di un’automobile esiste una evidente asimmetria nelle conseguenze di un eventuale impatto.

Non è ideologia.

È la realtà della strada.

Ed è per questo che la normalizzazione della violenza nei confronti degli utenti vulnerabili ci preoccupa particolarmente.

Dire questo non significa attribuire una colpa collettiva agli automobilisti. Significa riconoscere che chi dispone del mezzo capace di provocare il danno maggiore ha anche una responsabilità maggiore nel proteggere chi è più esposto.

Un ciclista può sbagliare. E rimane una persona da proteggere

C’è poi un equivoco che ricorre continuamente nel dibattito pubblico.

Un ciclista può commettere un’infrazione.

Può procedere in modo scorretto. Può non rispettare una precedenza o un semaforo. Può assumere un comportamento censurabile.

E quel comportamento deve poter essere criticato e, quando previsto, sanzionato.

Ma nessuna infrazione trasforma una persona in un bersaglio.

È possibile discutere di una fila di ciclisti, di un’automobile ferma su una pista ciclabile, di un taxi che deve consentire la salita a una persona con difficoltà motorie, della progettazione di una strada o della legittimità di un comportamento.

Possiamo avere opinioni radicalmente differenti.

Ciò che non possiamo accettare è il passaggio successivo: trasformare la violazione, vera o presunta, di una regola nella giustificazione dell’aggressione personale o della violenza.

Vale per il ciclista.

E vale per l’automobilista.

Il vero errore è trasformare le persone in categorie

“Gli automobilisti odiano i ciclisti”.

“I ciclisti non rispettano le regole”.

“I motociclisti sono pericolosi”.

“I pedoni attraversano dove vogliono”.

È così che nasce una parte della violenza che incontriamo quotidianamente nel dibattito sulla mobilità: la persona scompare e rimane soltanto la categoria.

Un singolo comportamento scorretto diventa la prova che “sono tutti così”.

È esattamente questa logica che vogliamo contrastare.

Per questo chi critica una nostra posizione non diventa automaticamente un “hater”.

Si può essere contrari a una pista ciclabile. Si può contestare una scelta sulla mobilità urbana. Si può ritenere scorretto il comportamento di un ciclista. Si possono criticare anche la Fondazione Michele Scarponi e le nostre campagne.

Il dissenso non è odio.

La critica non è violenza.

E confondere queste categorie finirebbe per indebolire proprio la battaglia culturale che stiamo cercando di portare avanti.

Il dialogo ha davvero fallito?

L’autore della mail che ci ha indotto a questa riflessione conclude con una frase molto severa: “Il dialogo ha fallito, le associazioni hanno fallito”.

Noi non lo crediamo.

Crediamo, al contrario, che rinunciare al dialogo significherebbe consegnare il dibattito sulla sicurezza stradale proprio alle sue componenti più aggressive e radicalizzate.

Il dialogo non richiede che tutti la pensino allo stesso modo.

Richiede qualcosa di più difficile: riconoscere nell’altro una persona anche quando non condivide le nostre idee.

E significa essere capaci di condannare un comportamento sbagliato anche quando proviene da qualcuno che consideriamo “dalla nostra parte”.

Questa è forse la prova più difficile di coerenza.

Ed è una prova alla quale la Fondazione Michele Scarponi non intende sottrarsi.

La strada non appartiene a nessuno. Per questo appartiene a tutti

Michele Scarponi era un ciclista.

Ma prima di essere un ciclista era una persona.

Ed è dalla persona, dalla sua vita e dalla sua vulnerabilità che deve partire qualsiasi riflessione seria sulla sicurezza stradale.

Per questo continueremo a denunciare chi auspica di investire un ciclista, chi considera normale sfiorarlo con un’automobile per “dargli una lezione”, chi trasforma la morte sulla strada in una battuta o chi utilizza i social per alimentare odio e violenza.

Ma per la stessa ragione non considereremo mai accettabile augurare la morte a un automobilista, gioire per un motociclista ferito o proporre di danneggiare un veicolo.

Non sarebbe soltanto incoerente.

Sarebbe la negazione stessa del progetto che abbiamo costruito.

La strada non appartiene ai ciclisti.
Non appartiene agli automobilisti.
Non appartiene ai motociclisti.

La strada è di tutti.

Ed è proprio per questo che dobbiamo difenderla da ogni forma di odio, violenza e prevaricazione.

Anche quando proviene da qualcuno che pensa di essere dalla nostra parte.

Avv. Tommaso Rossi
Legale della Fondazione Michele Scarponi ETS
Ideatore del progetto “Difendiamo la strada di tutti”

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